lunedì 29 settembre 2008

Viva la vida

Più o meno tre anni fa, pieno d'entusiasmo, andavo incontro a qualcosa, a qualcuno, e non sapevo cosa e come sarebbe stato.
Uscivo da un periodo che volevo lasciarmi alle spalle, ma al contenmpo quasi avevo paura nel lasciare le persone che mi avevano accompagnato fin lì per tutta la vita.
Più o meno tre anni fa passai un giorno meraviglioso, il più bello della mia vita. Un giorno che ricordo ancora, vorrei dire minuto per minuto, come se rivedessi alla moviola colori, immagini, suoni e volti.
Sì, più o meno tre anni fa, dopo dieci giorni di felice e spensierato limbo, fuori dal mondo, ai piedi di una torre alta 324 metri o giù di lì, feci i primi timidi passi nella vita reale.

Sono stati tre anni densi, frenetici, forti, disperati, incantevoli, dolorosi, tempranti, esultanti, appuntiti, catartici, difficoltosi, sconvolgenti, travolgenti, sfatanti, discontinui, destabilizzanti, ma infine stupendi.

Ne esco cresciuto, segnato, consapevole, invecchiato, disincantanto, fortificato, maturato, sereno, innamorato.
Molto sereno.
Innamorato, moltissimo.

Lo rifarei, oh, se lo rifarei.
Lo rifarei, anche se oltre a gioire ho sofferto, anche se è stato difficile, duro, a volte durissimo.
Lo rifarei, anche se ancora adesso so che la strada per ritrovare tutto me stesso è lunga.

Lo rifarei, perché quando vedo due occhioni grandi grandi che mi guardano gioiosi e che mi sorridono, sono l'uomo più forte e felice del mondo

giovedì 17 luglio 2008

Pubblicità/2

Chiedo venia per la prolungata assenza.
Da un mese inanello straordinari al lavoro per terminare un prodotto da consegnare e poter quindi andare in ferie il 21/7.

Oggi probabilmente coronerò i miei sforzi e finirò il prodotto.
Lunedì 21/7 non andrò in ferie.

I casi della vita.

Approfitto di questo piccolo break per segnalare le foto di un mio carissimo amico.
Credo, senza piaggeria, che siano semplicemnte stupende.
(No, non fa il fotografo. Lavora nel settore treni. I casi della vita. Again)

mercoledì 2 luglio 2008

Pubblicità/1

Scrivere, scrivere, scrivere ancora.
Ho creato dunque codesto blog, su cui riversare tutte le mie paranoie e i miei deliri.
Il tono, tuttavia, pare abbastanza serio, e spero non serioso.
La vena narrativa produce invece (spesso) puri cazzeggi privi di spessore alcuno.
Ecco dunque (oplà!) creata una nuova casina all'uopo.

Buona lettura.

venerdì 27 giugno 2008

Oh take me back to the start

E così si ricomincia, si riparte, (sì, ok, con il blog ma anche) con la vita.
Nuova città, nuova casa, nuovo lavoro (quantomeno per la mogliettina).
In qualche modo ci aspetta (e rivivremo) il cesellare un nostro nuovo mondo, e mi piace pensarlo, e mi piace saperlo.

Un mondo fatto
di volti di uomini e donne che diverranno consueti,
di usi e riti e consuetudini che assorbiremo,
di storie e vite che impareremo,
di percorsi e luoghi e stanze che esploreremo.

(a divenire 'stanze di vita quotidiana', come diceva il sempre imprescindibile e sempre giovane Maestrone)

Ci accompagnerà qualche anno in più, una consapevolezza nuova, un fardello di errori da cui (semmai) imparare ma da cui attingere lo stesso entusiasmo che ci permeava nel settembre del 2005.
Avremo in dote più opportunità, più scelte, e infine (ma è proprio questo che importa!) più tempo per compierle.

Vogliamo non appassire, ridestare i nostri interessi (anche) culturali, sociali, i nostri spazi.
Vogliamo non accartocciarci, non isolarci, non impigrirci.
Vogliamo ripartire.

lunedì 23 giugno 2008

City of Blinding Lights

Eri piccolo (ma piccolo davvero).
L'hai conosciuta alla Vigilia di Natale.
La vedevi piena di fascino, bella, inesplorata, misteriosa.
Era un brivido conoscerne ogni lato, sentirne il profumo, esplorarla palmo a palmo.

Tu, mano nella mano con tuo padre, vivevi per la prima volta la Grande Città.
Ogni strada apriva un nuovo mondo. Ogni palazzo appariva maestoso, ricco di storia, quasi mitico.
La grande strada che divideva la città in due ti sembrava il centro del mondo, illuminata, caotica, e ti rapiva osservare ogni luce, ogni colore, ogni sfumatura.
Ti innamorasti di Reggio Emilia la prima volta che la vedesti.

Ogni anno aspettavi la Vigilia perché sapevi che, mano nella mano con tuo padre, avresti di nuovo percorso quella strada, visto quelle luci, sentito quel profumo.

***

Imparasti poi, con gli anni, a vedere quelle strade con occhi più consapevoli, ahimé più disincantati, e a rimuovere lentamente quela patina sfumata di mito che avvolgeva l'immagine che Reggio manteneva in te.
Reggio rimase comunque "la Città": ambiente forse alieno a te, che eri nato e vissuto in un microcosmo rurale.
Un mondo fatto di famiglie che si conoscevano per nome e che si incontravano la domenica sul sagrato della Chiesa o in estate nelle feste paesane; un contesto profondamente diverso da quella stessa "Città" che ora è davanti ai tuoi occhi, pronta ad accoglierti, tu, campagnolo futuro inurbato, che trasferirai il tuo ambiente, al tua casa, le tue cose, il tuo mondo, da qui a pochi giorni.

Percorrerai quelle strade in mille modi e momenti. Imparerai davvero a conoscere ogni angolo, che non ti apparirà più avvolto da una patina di mito sfumata ed indefinita ma nitido e semmai prosaico. Conoscerai un modo di vivere che non sarà più paese ma nicchia ristretta di relazioni umane ritagliate dagli spazi lasciati liberi dal lavoro e ricavati forse a forza grazie a qualche corso di fotografia o a qualche iniziativa di aggregazione.

Rimarrà comunque il ricordo di quelle Vigile di Natale, anche quando la Città sarà tua, anche quando la vivrai come la tua routine quotidiana, e vedere quelle luci, quelle strade, quegli angoli, e sai che ti farà comuqnue e sempre sentire bene.

giovedì 12 giugno 2008

linfa vitale

Non c'è due senza tre, dicono.
Non c'è due senza tre, dice la cosiddetta saggezza popolare.
E così, è la terza volta che tento di ripartire con un blog.

Per suggellare (quantomeno) una certa volontà del suddetto tentativo di essere "quello buono" (definitivo, direi), si decide di cambiare tutto: nuova è la piattaforma, nuovo il blog, nuova la grafica, nuovo il titolo ed inifine (ma chissà) nuovi i contenuti.

Innanzitutto, il titolo: linfa vitale (in minuscolo, dacché le maiuscole potrebbero imbarazzarlo).
Perché, cos'è, questa "linfa vitale"?
Presto detto: come vorrebbe suggerire la scelta del disegno di Escher, per me questa "linfa vitale" è la scrittura. Lo scrivere.

Se, io ahimé trentenne, io (mio malgrado) posato ingenere informatico, io (felicemente!) marito, mi guardassi indietro,
e dio sa se l'ho fatto,
per osservare l'io ventenne, l'io universitario, l'io timido abbozzo di bohemien che si faceva grande esercitando le arti del canto, del teatro e della prosa,
e mi domandassi cos'è che di questa vita ora totalmente "altra", di questa dimensione che ha contribuito a costruirmi e che adesso non vivo più, manca maggiormente alla mia anima,
risponderei
(dopo attenta, sofferta, profonda, contrastata, lunga riflessione)
lo scrivere.

E chi l'ha detto che il cambio di vita, di orizzonti, di modi e tempi di vivere, di età, debba per forza accantonare tutto quanto avevamo (faticosamente?) costruito?
Chi l'ha detto che il passaggio dal mondo di panna montata dell'università a quello ahimé più probante e responsabilizzante della vita oseremmo dire "vera", "reale", debba demolire quello che eravamo sull'altare di quello che vorremmo essere?
Senza stare a scomodare la sindrome di Peter Pan o la crisi dei trentenni (che potremmo entrambe affrontare in futuri scritti), ebbene, signori, la risposta è una sola. Un uomo ha diritto (pur nel baillamme del lavoro, della casa, delle bollette, della famiglia, dei figli) ad almeno un po' di sé stesso.

E questo "me stesso" che aono a recuperare, così da sentirmi appena più protagonista consapevole di una vita che non vuole trasformarsi in una sorta di passiva recitazione di un frenetico copione (nondimeno) sceneggiato da altri, è lo scrivere.

Così, dopo il precedente grappolo di post (un mero riportare quanto del vecchio blog non vorrei perdere) si partirà a far scorrere questa linfa vitale.
Sperando che non si esaurisca nel breve volgere di qualche mese.
Perché allora, ahimé, sarebbe triste davvero.

(29/08/05): Per Carpisuzaramàntova... si cambia!!!

Eccomi qua.
Prendo a prestito un refrain tipico della stazione ferroviaria di Modena per ribadire la mia emilianità, per omaggiare l'eterno maestrone Guccini*, e soprattutto per fare una piccola, umile ma nondimeno importante dichiarazione di intento.

(che poi dichiarazione non è, ma lo vedremo più tardi. pazientate)

Si cambia, dunque. Si cambia vita. Almeno un po'. Almeno rispetto al recente passato. Almeno.
Si cambia vità perché il 17/9 MI SPOSO, e unafasedellavitafinisce, ma unafasedellavitacomincia (altro che fine università, ragàs, qui non si scherza!).
Abbandono tante cose, alcune cose le voglio abbandonare.
Abbandono tante cose, ma alcune cose le voglio mantenere.
Abbandono tante cose, e alcune cose le voglio ritrovare.
Tra queste ultime inserirei, ebbene sì, me stesso.
I motivi? Essenzialmente due.

1) Due anni fa mi sono buttato a capofitto nella libera professione di ing.inf. Esperienza clamorosa, utilissima, professionalizzante, di VERA crescita tecnica ma totalizzante, logorante, sfilacciante.
Allora, ho capito: crescere professionalmente è fantastico, ma lavorare 10-12 ore al giorno ti fa trascurare i rapporti umani, te li fa gestire trabordante di tensione, di quewlla tensione che non riesce a stare confinata tra le pareti dell'ufficio.
Ora che abbiamo dovuto gestire l'organizzazione del matrimonio, ora che i problemi veri bussano davvero e che il dilemma massimo non è più chi schierare in formazione al fantacalcio, ebbene, ho capito che ciò non fa per me.
Il lavoro è fatto per l'uomo, non viceversa.
E quindi.
E quindi voglio tornare ad una esperienza professionale magari meno appagante (e poi, perché? non è mica detto!) ma che mi permette di tutelare me, la mia personalità, il mio prossimo, la mia (ragazzi, rullo di tamburi, tremo di gioia a dirlo) famiglia.

2) La vita cambia, il contesto cambia. Bisogna crescere. E diventare uomini, perdìo**! Ma la strada che ci fa arrivare al "diventare grandi" non è univoca, e non è - come taluni vorrebbero farci credere - solo quella che passa dai concetti di lavoro, seriosità, maturità, e da una definirei scientifica assenza di spensieratezza.
Siamo uomini, non macchine, e come tali dobbiamo vivere! Altrimenti si arriva all'annullamento della persona, e della personalità. Bisogna cambiare ma rimanere sé stessi, non snaturarsi inseguendo chissà quali chimere pèr rientrare in modelli che sono stati pensati da e per altri e che - devi riconoscerlo! - non sono i tuoi.
Non diventerò mai un manager in carriera, ma vorrei sempre promettere che sarò il Brugno che negli anni passati avete imparato a consocere. magari un po' meno cazzaro. Vorrei sempre promettere che non sarò il Brugno distante e diatccato che si vedeva negli ultimi periodi.

(sapete che è più bello dare che ricevere?)

Cosa voglio da questo blog? Comunicare, tornare a scrivere, inondare i miei (ipotetici) lettori con quello che mi frulla in testa, a livello personale, sociopolitico, filosofico-calcistico, musicale, ma tanto è inutile spiegare. Lo leggerete, se mai voorrete.
Poi le dichiarazioni di intento sono fatte per essere smentite, come i pronostici.


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* Il Maestrone, nel suo "Vacca d'un cane" (pastiche linguistico italo-modeno-bolognese per spiegare - o tentare di farlo - la sua fanciullezza e la sua, nostra, emilia) richiama spesso il ricordo delle parole del titolo, sentite, ri-sentite e ri-sentite ancora nelle sue soste di bambino alla stazione della città della Ghirlandina, e da lui vissute come un ineluttabile suffisso al proclama: "Modena Modena, Stazione di Modena".

** Spero che qualcuno che ha partecipato con me alla grande avventura del recital "L'isola che (non) c'è" colga la citazione