Il redivivo Toro, rinato, assemblato in neanche una settimana, ieri ha giocato la sua prima partita.
E ha vinto.
Ha vinto indossando una maglia davvero granata, come non si vedeva da tempo.
Ha vinto, in serie cadetta, davanti a più di trentamila persone, più di quelle che hanno salutato l'esordio di un'altra squadra subalpina, fresca vincitrice dello scudetto.
Ha vinto buttando la mancanza di preparazione atletica e gli schemi solo abbozzati oltre l'ostacolo.
Ha vinto, finalmente guidata da un conducador competente, autorevole, capace e cortese.
Ha vinto, in barba a chi per un'estate intera, prima coi Cimminelli e poi con i Giovannoni, ha cercato di affossarla.
E a costoro, dopo Superga, dopo Meroni, dopo Ferrini, dopo Cimminelli e Giovannone, mi sento di dire una semplice cosa: mettete il cuore in pace.
Mettete il cuore in pace,
perché gli uomini, i dirigenti, i giocatori, passano, cambiano
mentre il Toro, quello no, quello resta.
Perché il Toro non è un insieme di giocatori o di dirigenti
ma è alfine un'idea, un'entità,
un gruppo di persone (noi) che questa idea porta avanti,
perché il Toro, dicevo,
per quanto possiate fare,
non morirà.
Mai.
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Riporto uno scritto di Luigi Ottolini apparso sull'imprescindibile ToroNews:
Il tempo – anche stavolta fedele sposo della Storia – sembra essersi fermato alla notte di quel 26 giugno, quando una marea inarrestabile di Tifo a tinte forti – Granata non a caso – colorava gli spalti del Delle Alpi prima di esplodere, fuori di esso, per le vie della città. Questa volta, lo stadio non era colmo come quella sera, ma la gente rispondeva ancora una volta a proprio modo all’estate più buia della Storia Granata, ribattezzata da qualcuno come la nostra “seconda” Superga. La festa-promozione, la gioia, poi la guardia di finanza, il debito ad altri perdonato (ma Noi non siamo “gli altri”), la fideiussione che si continua ad aspettare come in un romanzo di Beckett, che non arriva, il Toro ucciso, poi vilipeso dai calci al cadavere ancora caldo di gente che si proclamava “uno di noi”, preso in ostaggio, poi finalmente Cairo, Urbano I, il Presidente tanto atteso, desiderato, osannato, accolta da un entusiasmo mai visto prima. La gente non s’era mai addormentata (le “giornate torinesi” saranno sempre parte di Noi), ma aspettava un segno per riabbracciare le pacifiche armi d’una sciarpa e una bandiera, tornare ancora nell’arena. Lo stadio si rianima, la squadra s’emoziona, un ragazzotto alto e pelato gira un pallone in rete, e la gente esplode, salta in piedi, urla, sventola ogni lembo Granata che ha indosso, si stringe, si abbraccia. Sì, siamo vivi. E come non lo siamo mai stati. Le lancette corrono - “Però, questi ragazzi… Si conoscono da ieri ma se la cavano, eh?” - arriva il 90’, l’arbitro fischia la fine. Era il pizzicotto sulla guancia che ciascuno aspettava per assicurarsi che non fosse un sogno. No, no che non è un sogno, siamo sveglissimi, e quella che ci accarezza adesso è la mano dell’Amore d’una vita, riusciamo a distinguerne i lineamenti, a sentirne il profumo. Ci avviciniamo per saggiarne le labbra. I ragazzotti vestiti in Granata, laggiù sul campo, s’avvicinano alla Curva, applaudono e sono applauditi. E una lacrima s’unisce alla carezza…
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