Eccomi qua.
Prendo a prestito un refrain tipico della stazione ferroviaria di Modena per ribadire la mia emilianità, per omaggiare l'eterno maestrone Guccini*, e soprattutto per fare una piccola, umile ma nondimeno importante dichiarazione di intento.
(che poi dichiarazione non è, ma lo vedremo più tardi. pazientate)
Si cambia, dunque. Si cambia vita. Almeno un po'. Almeno rispetto al recente passato. Almeno.
Si cambia vità perché il 17/9 MI SPOSO, e unafasedellavitafinisce, ma unafasedellavitacomincia (altro che fine università, ragàs, qui non si scherza!).
Abbandono tante cose, alcune cose le voglio abbandonare.
Abbandono tante cose, ma alcune cose le voglio mantenere.
Abbandono tante cose, e alcune cose le voglio ritrovare.
Tra queste ultime inserirei, ebbene sì, me stesso.
I motivi? Essenzialmente due.
1) Due anni fa mi sono buttato a capofitto nella libera professione di ing.inf. Esperienza clamorosa, utilissima, professionalizzante, di VERA crescita tecnica ma totalizzante, logorante, sfilacciante.
Allora, ho capito: crescere professionalmente è fantastico, ma lavorare 10-12 ore al giorno ti fa trascurare i rapporti umani, te li fa gestire trabordante di tensione, di quewlla tensione che non riesce a stare confinata tra le pareti dell'ufficio.
Ora che abbiamo dovuto gestire l'organizzazione del matrimonio, ora che i problemi veri bussano davvero e che il dilemma massimo non è più chi schierare in formazione al fantacalcio, ebbene, ho capito che ciò non fa per me.
Il lavoro è fatto per l'uomo, non viceversa.
E quindi.
E quindi voglio tornare ad una esperienza professionale magari meno appagante (e poi, perché? non è mica detto!) ma che mi permette di tutelare me, la mia personalità, il mio prossimo, la mia (ragazzi, rullo di tamburi, tremo di gioia a dirlo) famiglia.
2) La vita cambia, il contesto cambia. Bisogna crescere. E diventare uomini, perdìo**! Ma la strada che ci fa arrivare al "diventare grandi" non è univoca, e non è - come taluni vorrebbero farci credere - solo quella che passa dai concetti di lavoro, seriosità, maturità, e da una definirei scientifica assenza di spensieratezza.
Siamo uomini, non macchine, e come tali dobbiamo vivere! Altrimenti si arriva all'annullamento della persona, e della personalità. Bisogna cambiare ma rimanere sé stessi, non snaturarsi inseguendo chissà quali chimere pèr rientrare in modelli che sono stati pensati da e per altri e che - devi riconoscerlo! - non sono i tuoi.
Non diventerò mai un manager in carriera, ma vorrei sempre promettere che sarò il Brugno che negli anni passati avete imparato a consocere. magari un po' meno cazzaro. Vorrei sempre promettere che non sarò il Brugno distante e diatccato che si vedeva negli ultimi periodi.
(sapete che è più bello dare che ricevere?)
Cosa voglio da questo blog? Comunicare, tornare a scrivere, inondare i miei (ipotetici) lettori con quello che mi frulla in testa, a livello personale, sociopolitico, filosofico-calcistico, musicale, ma tanto è inutile spiegare. Lo leggerete, se mai voorrete.
Poi le dichiarazioni di intento sono fatte per essere smentite, come i pronostici.
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* Il Maestrone, nel suo "Vacca d'un cane" (pastiche linguistico italo-modeno-bolognese per spiegare - o tentare di farlo - la sua fanciullezza e la sua, nostra, emilia) richiama spesso il ricordo delle parole del titolo, sentite, ri-sentite e ri-sentite ancora nelle sue soste di bambino alla stazione della città della Ghirlandina, e da lui vissute come un ineluttabile suffisso al proclama: "Modena Modena, Stazione di Modena".
** Spero che qualcuno che ha partecipato con me alla grande avventura del recital "L'isola che (non) c'è" colga la citazione
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