venerdì 27 giugno 2008

Oh take me back to the start

E così si ricomincia, si riparte, (sì, ok, con il blog ma anche) con la vita.
Nuova città, nuova casa, nuovo lavoro (quantomeno per la mogliettina).
In qualche modo ci aspetta (e rivivremo) il cesellare un nostro nuovo mondo, e mi piace pensarlo, e mi piace saperlo.

Un mondo fatto
di volti di uomini e donne che diverranno consueti,
di usi e riti e consuetudini che assorbiremo,
di storie e vite che impareremo,
di percorsi e luoghi e stanze che esploreremo.

(a divenire 'stanze di vita quotidiana', come diceva il sempre imprescindibile e sempre giovane Maestrone)

Ci accompagnerà qualche anno in più, una consapevolezza nuova, un fardello di errori da cui (semmai) imparare ma da cui attingere lo stesso entusiasmo che ci permeava nel settembre del 2005.
Avremo in dote più opportunità, più scelte, e infine (ma è proprio questo che importa!) più tempo per compierle.

Vogliamo non appassire, ridestare i nostri interessi (anche) culturali, sociali, i nostri spazi.
Vogliamo non accartocciarci, non isolarci, non impigrirci.
Vogliamo ripartire.

lunedì 23 giugno 2008

City of Blinding Lights

Eri piccolo (ma piccolo davvero).
L'hai conosciuta alla Vigilia di Natale.
La vedevi piena di fascino, bella, inesplorata, misteriosa.
Era un brivido conoscerne ogni lato, sentirne il profumo, esplorarla palmo a palmo.

Tu, mano nella mano con tuo padre, vivevi per la prima volta la Grande Città.
Ogni strada apriva un nuovo mondo. Ogni palazzo appariva maestoso, ricco di storia, quasi mitico.
La grande strada che divideva la città in due ti sembrava il centro del mondo, illuminata, caotica, e ti rapiva osservare ogni luce, ogni colore, ogni sfumatura.
Ti innamorasti di Reggio Emilia la prima volta che la vedesti.

Ogni anno aspettavi la Vigilia perché sapevi che, mano nella mano con tuo padre, avresti di nuovo percorso quella strada, visto quelle luci, sentito quel profumo.

***

Imparasti poi, con gli anni, a vedere quelle strade con occhi più consapevoli, ahimé più disincantati, e a rimuovere lentamente quela patina sfumata di mito che avvolgeva l'immagine che Reggio manteneva in te.
Reggio rimase comunque "la Città": ambiente forse alieno a te, che eri nato e vissuto in un microcosmo rurale.
Un mondo fatto di famiglie che si conoscevano per nome e che si incontravano la domenica sul sagrato della Chiesa o in estate nelle feste paesane; un contesto profondamente diverso da quella stessa "Città" che ora è davanti ai tuoi occhi, pronta ad accoglierti, tu, campagnolo futuro inurbato, che trasferirai il tuo ambiente, al tua casa, le tue cose, il tuo mondo, da qui a pochi giorni.

Percorrerai quelle strade in mille modi e momenti. Imparerai davvero a conoscere ogni angolo, che non ti apparirà più avvolto da una patina di mito sfumata ed indefinita ma nitido e semmai prosaico. Conoscerai un modo di vivere che non sarà più paese ma nicchia ristretta di relazioni umane ritagliate dagli spazi lasciati liberi dal lavoro e ricavati forse a forza grazie a qualche corso di fotografia o a qualche iniziativa di aggregazione.

Rimarrà comunque il ricordo di quelle Vigile di Natale, anche quando la Città sarà tua, anche quando la vivrai come la tua routine quotidiana, e vedere quelle luci, quelle strade, quegli angoli, e sai che ti farà comuqnue e sempre sentire bene.

giovedì 12 giugno 2008

linfa vitale

Non c'è due senza tre, dicono.
Non c'è due senza tre, dice la cosiddetta saggezza popolare.
E così, è la terza volta che tento di ripartire con un blog.

Per suggellare (quantomeno) una certa volontà del suddetto tentativo di essere "quello buono" (definitivo, direi), si decide di cambiare tutto: nuova è la piattaforma, nuovo il blog, nuova la grafica, nuovo il titolo ed inifine (ma chissà) nuovi i contenuti.

Innanzitutto, il titolo: linfa vitale (in minuscolo, dacché le maiuscole potrebbero imbarazzarlo).
Perché, cos'è, questa "linfa vitale"?
Presto detto: come vorrebbe suggerire la scelta del disegno di Escher, per me questa "linfa vitale" è la scrittura. Lo scrivere.

Se, io ahimé trentenne, io (mio malgrado) posato ingenere informatico, io (felicemente!) marito, mi guardassi indietro,
e dio sa se l'ho fatto,
per osservare l'io ventenne, l'io universitario, l'io timido abbozzo di bohemien che si faceva grande esercitando le arti del canto, del teatro e della prosa,
e mi domandassi cos'è che di questa vita ora totalmente "altra", di questa dimensione che ha contribuito a costruirmi e che adesso non vivo più, manca maggiormente alla mia anima,
risponderei
(dopo attenta, sofferta, profonda, contrastata, lunga riflessione)
lo scrivere.

E chi l'ha detto che il cambio di vita, di orizzonti, di modi e tempi di vivere, di età, debba per forza accantonare tutto quanto avevamo (faticosamente?) costruito?
Chi l'ha detto che il passaggio dal mondo di panna montata dell'università a quello ahimé più probante e responsabilizzante della vita oseremmo dire "vera", "reale", debba demolire quello che eravamo sull'altare di quello che vorremmo essere?
Senza stare a scomodare la sindrome di Peter Pan o la crisi dei trentenni (che potremmo entrambe affrontare in futuri scritti), ebbene, signori, la risposta è una sola. Un uomo ha diritto (pur nel baillamme del lavoro, della casa, delle bollette, della famiglia, dei figli) ad almeno un po' di sé stesso.

E questo "me stesso" che aono a recuperare, così da sentirmi appena più protagonista consapevole di una vita che non vuole trasformarsi in una sorta di passiva recitazione di un frenetico copione (nondimeno) sceneggiato da altri, è lo scrivere.

Così, dopo il precedente grappolo di post (un mero riportare quanto del vecchio blog non vorrei perdere) si partirà a far scorrere questa linfa vitale.
Sperando che non si esaurisca nel breve volgere di qualche mese.
Perché allora, ahimé, sarebbe triste davvero.

(29/08/05): Per Carpisuzaramàntova... si cambia!!!

Eccomi qua.
Prendo a prestito un refrain tipico della stazione ferroviaria di Modena per ribadire la mia emilianità, per omaggiare l'eterno maestrone Guccini*, e soprattutto per fare una piccola, umile ma nondimeno importante dichiarazione di intento.

(che poi dichiarazione non è, ma lo vedremo più tardi. pazientate)

Si cambia, dunque. Si cambia vita. Almeno un po'. Almeno rispetto al recente passato. Almeno.
Si cambia vità perché il 17/9 MI SPOSO, e unafasedellavitafinisce, ma unafasedellavitacomincia (altro che fine università, ragàs, qui non si scherza!).
Abbandono tante cose, alcune cose le voglio abbandonare.
Abbandono tante cose, ma alcune cose le voglio mantenere.
Abbandono tante cose, e alcune cose le voglio ritrovare.
Tra queste ultime inserirei, ebbene sì, me stesso.
I motivi? Essenzialmente due.

1) Due anni fa mi sono buttato a capofitto nella libera professione di ing.inf. Esperienza clamorosa, utilissima, professionalizzante, di VERA crescita tecnica ma totalizzante, logorante, sfilacciante.
Allora, ho capito: crescere professionalmente è fantastico, ma lavorare 10-12 ore al giorno ti fa trascurare i rapporti umani, te li fa gestire trabordante di tensione, di quewlla tensione che non riesce a stare confinata tra le pareti dell'ufficio.
Ora che abbiamo dovuto gestire l'organizzazione del matrimonio, ora che i problemi veri bussano davvero e che il dilemma massimo non è più chi schierare in formazione al fantacalcio, ebbene, ho capito che ciò non fa per me.
Il lavoro è fatto per l'uomo, non viceversa.
E quindi.
E quindi voglio tornare ad una esperienza professionale magari meno appagante (e poi, perché? non è mica detto!) ma che mi permette di tutelare me, la mia personalità, il mio prossimo, la mia (ragazzi, rullo di tamburi, tremo di gioia a dirlo) famiglia.

2) La vita cambia, il contesto cambia. Bisogna crescere. E diventare uomini, perdìo**! Ma la strada che ci fa arrivare al "diventare grandi" non è univoca, e non è - come taluni vorrebbero farci credere - solo quella che passa dai concetti di lavoro, seriosità, maturità, e da una definirei scientifica assenza di spensieratezza.
Siamo uomini, non macchine, e come tali dobbiamo vivere! Altrimenti si arriva all'annullamento della persona, e della personalità. Bisogna cambiare ma rimanere sé stessi, non snaturarsi inseguendo chissà quali chimere pèr rientrare in modelli che sono stati pensati da e per altri e che - devi riconoscerlo! - non sono i tuoi.
Non diventerò mai un manager in carriera, ma vorrei sempre promettere che sarò il Brugno che negli anni passati avete imparato a consocere. magari un po' meno cazzaro. Vorrei sempre promettere che non sarò il Brugno distante e diatccato che si vedeva negli ultimi periodi.

(sapete che è più bello dare che ricevere?)

Cosa voglio da questo blog? Comunicare, tornare a scrivere, inondare i miei (ipotetici) lettori con quello che mi frulla in testa, a livello personale, sociopolitico, filosofico-calcistico, musicale, ma tanto è inutile spiegare. Lo leggerete, se mai voorrete.
Poi le dichiarazioni di intento sono fatte per essere smentite, come i pronostici.


----------

* Il Maestrone, nel suo "Vacca d'un cane" (pastiche linguistico italo-modeno-bolognese per spiegare - o tentare di farlo - la sua fanciullezza e la sua, nostra, emilia) richiama spesso il ricordo delle parole del titolo, sentite, ri-sentite e ri-sentite ancora nelle sue soste di bambino alla stazione della città della Ghirlandina, e da lui vissute come un ineluttabile suffisso al proclama: "Modena Modena, Stazione di Modena".

** Spero che qualcuno che ha partecipato con me alla grande avventura del recital "L'isola che (non) c'è" colga la citazione

(07/09/05): In Limbo

Per Carpisuzaramàntova si cambia.
Già.
Il problema è che il treno tarda ad arrivare. E si ferma in tante stazioncine piccole ma imprescindibili che ti fanno a volte sentire quella strana sensazione, come se il treno che si figura tua mente potesse anche decidere di NON arrivare.
Che treno? Ma che treno? Ma che stramaledetto treno, direte voi?

Un attimo. Ci arrivo.

(sono sempre lungo a spiegare le cose. O forse no. Stringato quando dovrei essere prolisso. Logorroico quando potrei essere telegrafico)

Il treno potrei anche essere io, ma non importa. Qullo che importa è la stazione, e la stazione è il matrimonio prossimo venturo, e - da lì - il cambio per la successiva "nuova vita": quella della nuova città, della nuova casa, del nuovo orizzonte, del nuovo lavoro.

La nuova vita non arriva, ancora.
Ne arriva il costo, in strana valuta: ore, ore, ore di preparativi, di gestioni e organizzazioni, tutte tese alla ricerca del Sacro Graal della perfezione, gelosamente custodito da un diavoletto, sadico al punto da agitare lo spauracchio dell'imprevisto dell'ultima ora, talmente stupido e insensato da ribaltare tutto.

La vecchia vita non se ne va, non ancora.
Non se ne va il vecchio lavoro, di cui ancora sento i lacci attorno alle gambe, e ancora adesso che scrivo mi divido come posso tra dovere e piacere.
Arriva invece il nuovo, e il tutto si sovrappone, si duplica, si sdoppia, e sfumano i contorni, e non sai bene come e dove e quando tutto questo finirà.

E hai davvero voglia che tutto finisca per poi tutto ricominciare, perché questo momento attuale è così pieno, così incasinato, così denso, così difficile, così faticoso, così buio, che non ne puoi più.
E hai davvero voglia che arrivi quel momento, ché tu possa ripartire.
Hai voglia, davvero, di fare questa stramaledetta doccia, e ripartire pulito, fresco, riposato, come in una serata tranquilla dopo una giornata di lavoro sotto il sole.

Ma sai già che non sarà così.

Sai che - se cambiamento ci sarà, e ci sarà - non sarà mai netto e rapido come vorresti tu, ma sfumerà, come in una dissolvenza troppo stirata.
Sai che arriveranno tante liberazioni ma che nasceranno altrettante istanze da affrontare.

Ma sai anche quale sarà la differenza.

Sarà che non sarai solo.
Sarà che avrai al tuo fianco una persona che ami tanto da stare male.
Che ami tanto da fare male.
Che con te costruirà una nuova vita.
Condividerà liberazioni e istanze.
Cambiamenti e dissolvenze.

E allora, davvero, una nuova vità potrà cominciare.

(11/09/05): A Soft of Homecoming

Quella voce.
Quella voce che avevi conosciuto a 13 anni, tra i solchi di "One Tree Hill" e di "Red Hill Mining Town".
Che ti aveva stregato.
Quella voce che sapeva strapparti il cuore e buttarlo a terra, pulsante, sanguinante.
Che trasudava sudore, passione, lacrime.
Quella voce che credevi di aver perso ascoltando "The Fly" e che poi hai subito ritrovato ascoltando "One".

Quella voce, Dio, quella nuova voce che - ripudiando l'algido "Zooropa" - avevi insperatamente scoperto nelle tracce di "Ten", in quella "Black" così intensa.
Quella voce che da "Vitalogy" in poi è stata inopinatamente sminuita, alienata, rimpicciolita.
Quella voce che avevi di nuovo scovato tra le note di "The Bends", piangendo di fronte a una disperata "High and Dry" o a una dolente "Fake Plastic Trees".
(e ancora, dopo, in una "Exit Music", così adeguata alle ore che stavi vivendo)

Sì, proprio quella voce che per l'ennesima volta hai perso, dopo "Zooropa" e "Vitalogy", anche acquistando il pur pregevole "Kid A".
Quella voce che non hai più risentito, se non a sprazzi, se non abbozzata, se non dimezzata.

Quella voce ritorna oggi, più delicata ma non per questo meno ficcante, meno diretta al tuo cuore.
Ritorna tra le strofe sussurrate di "The Scientist", di "Fix You".

Ed è come tornare a casa.

(11/09/05): Highlander

Il redivivo Toro, rinato, assemblato in neanche una settimana, ieri ha giocato la sua prima partita.
E ha vinto.
Ha vinto indossando una maglia davvero granata, come non si vedeva da tempo.
Ha vinto, in serie cadetta, davanti a più di trentamila persone, più di quelle che hanno salutato l'esordio di un'altra squadra subalpina, fresca vincitrice dello scudetto.
Ha vinto buttando la mancanza di preparazione atletica e gli schemi solo abbozzati oltre l'ostacolo.
Ha vinto, finalmente guidata da un conducador competente, autorevole, capace e cortese.
Ha vinto, in barba a chi per un'estate intera, prima coi Cimminelli e poi con i Giovannoni, ha cercato di affossarla.

E a costoro, dopo Superga, dopo Meroni, dopo Ferrini, dopo Cimminelli e Giovannone, mi sento di dire una semplice cosa: mettete il cuore in pace.

Mettete il cuore in pace,
perché gli uomini, i dirigenti, i giocatori, passano, cambiano
mentre il Toro, quello no, quello resta.
Perché il Toro non è un insieme di giocatori o di dirigenti
ma è alfine un'idea, un'entità,
un gruppo di persone (noi) che questa idea porta avanti,
perché il Toro, dicevo,
per quanto possiate fare,
non morirà.
Mai.

----------

Riporto uno scritto di Luigi Ottolini apparso sull'imprescindibile ToroNews:

Il tempo – anche stavolta fedele sposo della Storia – sembra essersi fermato alla notte di quel 26 giugno, quando una marea inarrestabile di Tifo a tinte forti – Granata non a caso – colorava gli spalti del Delle Alpi prima di esplodere, fuori di esso, per le vie della città. Questa volta, lo stadio non era colmo come quella sera, ma la gente rispondeva ancora una volta a proprio modo all’estate più buia della Storia Granata, ribattezzata da qualcuno come la nostra “seconda” Superga. La festa-promozione, la gioia, poi la guardia di finanza, il debito ad altri perdonato (ma Noi non siamo “gli altri”), la fideiussione che si continua ad aspettare come in un romanzo di Beckett, che non arriva, il Toro ucciso, poi vilipeso dai calci al cadavere ancora caldo di gente che si proclamava “uno di noi”, preso in ostaggio, poi finalmente Cairo, Urbano I, il Presidente tanto atteso, desiderato, osannato, accolta da un entusiasmo mai visto prima. La gente non s’era mai addormentata (le “giornate torinesi” saranno sempre parte di Noi), ma aspettava un segno per riabbracciare le pacifiche armi d’una sciarpa e una bandiera, tornare ancora nell’arena. Lo stadio si rianima, la squadra s’emoziona, un ragazzotto alto e pelato gira un pallone in rete, e la gente esplode, salta in piedi, urla, sventola ogni lembo Granata che ha indosso, si stringe, si abbraccia. Sì, siamo vivi. E come non lo siamo mai stati. Le lancette corrono - “Però, questi ragazzi… Si conoscono da ieri ma se la cavano, eh?” - arriva il 90’, l’arbitro fischia la fine. Era il pizzicotto sulla guancia che ciascuno aspettava per assicurarsi che non fosse un sogno. No, no che non è un sogno, siamo sveglissimi, e quella che ci accarezza adesso è la mano dell’Amore d’una vita, riusciamo a distinguerne i lineamenti, a sentirne il profumo. Ci avviciniamo per saggiarne le labbra. I ragazzotti vestiti in Granata, laggiù sul campo, s’avvicinano alla Curva, applaudono e sono applauditi. E una lacrima s’unisce alla carezza…

(11/09/05): Evoluzione

Evoluzione

Megagoncerto di Ligabue.*
Del Liga, come dicono tutti, ora.
Approssimativamente duecentomila anime a saltare sulle note di "Balliamo sul Mondo".
(e chissà quante altre lo hanno fatto anche solo idealmente).

***

Eravamo nel 1988.
Ancora trasmetteva "Mondoradio Rock Station", storica emittente locale, nata dal pionierismo delle radio libere, che dall'etere, unica in un desolante panorama impregnato di MainStream e sintetizzatori, ha fatto crescere una generazione, salvandola dalle paillettes degli anni '80, impastando di note inconsuete la nostra terra, così sospesa, come disse Guccini, tra la via Emilia e il West.
Se preferiamo, così sospesa tra il Lambrusco e il Pop Corn.
Che poi è la stessa cosa.

Ancora non c'era "K-Rock", che di Mondoradio ha raccolto l'eredità, estremizzandola fors'anche, lei, così intrisa di programmatori radiofonici che potremmo definire quasi "anti dj", così attenti a sciorinare la storia dei musicisti proposti, così attenti a rifuggire la marea di parole e di cazzate che sembra ogni conduttore debba emettere per essere definito trendy.
Così attenti ad irrigare, goccia dopo goccia, quella tradizione che nella nostra provincia ha fatto crescere decine e decine di musicisti rock (serve ricordare AFA, Ustmamò, CCCP, anche Zucchero se vogliamo, e i meravigliosi Offlaga Disco Pax).

Luciano ascoltava MondoRadio, se ne nutriva.

Luciano era una delle menti pensanti dell'organizzazione che alla favolosa festa dell'Unità di Correggio, in un paesino di 20000 anime, sperduto, lui sì, tra la via Emilia e il West, ha portato artisti come REM, Bob Dylan, Ben Harper, Patti Smith, Pogues, e chissà quanti ne dimentico.

Luciano aveva appena vinto il leggndario concorso per le band emergenti, "Terremoto Rock", emanazione di quel "verbo rock" in cui, grazie a mio fratello maggiore, che mi nutriva a pane a Pink Floyd, The Doors, Led Zeppelin, The Who, io sono cresciuto.

(e ancora si acquistavano i vinili, scartabellando immense pile disordinate a cercare la perla, da "Barcone Sound", in Via Emilia)

Luciano suonava con gli "OraZero".
Tenne un concerto all'oratorio del mio paese.

***

Il Liga che usciva nel 1990 con il suo primo album, quello con i testi sulla copertina e le citazioni cinematografiche, era nostro.
Era la nostra tradzione.
La nostra generazione rock.
La nostra terra.
Il Liga era Mondoradio, era le note dell'unico baluardo che, insistente e instancabile, proponeva Neil Young, REM, Talkin' Heads, U2.
Quello stesso baluardo che non aveva ceduto prima ad Alberto Camerini, poi a Tarzan Boy o Luis Miguel.
Il Liga che arrivava a suonare sul palco della festa dell'Unità di Correggio era un cerchio che si chiudeva.
Il Liga eravamo noi, rocker padani, eredi di quella tradizione che, dalla Beat Generation dei Nomadi ai successivi cantastorie alla Guccini, aveva nel sangue i panorami della nostra terra, imbevuti in abbondanti dosi di American Dream.
Tra la Via Emilia e il West.
Tra il Lambrusco e il Pop Corn.

***

Mondoradio oggi non c'è più, splendidamente affrescata in inchiostro e vinile, eloquentemente nascosta tra le pieghe di "Radio Freccia".

Ligabue ha raccontato le nostre "Certe Notti", di ritorno forse dal Corallo, la storica discoteca Rock di Scandiano.
Ligabue ha raccontato i nostri borghi, la nostra radio, la nostra aria (atmosfera?), la nostra politica, le nostre terre, la nostra musica, i nostri sogni, la nostra lingua, in libri e film.

Adesso li racconta a duecentomila persone. O chissà a quante di più.
Adesso lo conoscono tutti.
Adesso tutti ne ascoltano l'accento reggiano.

E mentre gioisci della fortuna di un tuo conterraneo, così legato alla tua musica, alla tua terra, alla tua anima, al tuo mondo, ti scende una lacrima

e sai che in fondo hai perso qualcosa.

----------

* = questo post avrei voluto scriverlo lunedì, poi martedì, quindi mercoledì, dopodiché giovedì e infine venerdì.
Avrei parlato del concerto al futuro, non al passato.
Chissà perché non l'ho fatto: impegni, poca ispirazione, pigrizia.
(la terza che ho detto)

(20/12/05): Raduno IFMU2 a Monaciano

I resoconti sono passati di moda. Troppo verbosi, inadatti alla morfologia di un blog.

E poi il radu ti resta dentro per immagini, per flash (che ti ritornano alla mente e ti bagnano a ondate, e allora è giusto così).

Nota del senno di poi:

il resoconto m'è venuto lungo lo stesso.

Mh.

---

Arrivo a Secchia Ovest, near Modena. Orario convenuto.

"Gil, dove siete!?" "A Piacenza!!!"

"....Allora forse è meglio che ci mettiamo a sedere un attimo, eh?".

Giusto quei 50 minutini.

Incontro! Abbracci. Viaggio. Nebbia. Firenze Certosa: si esce!

Superstrada "4 Corsie" (wow!)

Due per ogni senso di marcia (bleah!)

Quando arriva Siena? Motel con vista superstrada. Quando arriva Siena? Poggibonsi Nord. Quando Arriva Siena? Non arriva mai. Siena Nord. Siena Acqua Calda(?). Siena Ovest. Siena Sud. Siena Est. Olè! Chissà se gli 883 erano venuti qua a incidere il disco.

L'Agognato distributore!!! Non c'è Nessuno.

Nessuno.

Gelo.

Nessuno.

Eccoli!! C'è Ricky (Grazie Ricky!) Baci, Abbracci. Cialtroni. Viaggetto. Ristorante. Cibo.

Tanto Cibo. Tanto Chianti.

Troppo Cibo. Burp.

Monaciano! Bello. Fantastico. Favoloso.

La Stanza Comune. Chitarre. Cialtroni.

C'è Ricky (Grazie Ricky!)

"Brugno Canta!" "No, Gil!"

"Suona, dai!" "Non mi ricordo come fa...."

"Canta, dai!" "Non mi ricordo il testo...."

"Dai! Non facciamo canzoni banali!!!!"

"Brugno Canta!" "No, Gil!"

Acrobat. Playboy Mansion.

"Fino ad ora non abbiamo detto nessuna cosa buona sugli U2"

"Brugno Canta!" "No, Gil!"

Sonno. Tanto sonno. Buio.

Buio Pesto.

Mattina

Stanza Comune? Chiusa.

"ma non c'è ancora nessuno!?"

C'è Ricky (Grazie Ricky!)

Tutti a casa Ricky!!! (Grazie Ricky!)

"Cicci!?" "No, ho paura dei cani."

Sporte piene di cibo.

"Cicci!?" "No, ho paura dei cani."

Una stanza zeppa.

"Cicci!?" "No, ho paura dei cani."

"CICCI!!!!!!!" (L'unico cane con la psicologia del gatto)

Il Boa. Gasp..... Gulp....

"CHE CAZZO VUOI?" "Ma chi è stato!?" "....il merlo"

"Ok, ragazzi, vado in stazione" (Grazie Ricky!)

"Ceeeeeeeeeeeeeeeeeeerto.... VAI PUREEEE!!!!"

Missione segreta. Una pianta per Louise Veronica.

Che pianta? A quando la consegna? Perchè? Dove? Le parrucchiere sono chiuse il lunedì?

Di nuovo Monaciano.

Ora la stanza è aperta.

Papa Krapp ci benedice.

PER PIACERE PER PIACERE PER PIACERE PERPIACERE!!!

Arrivano tutti.

Pian Piano.

CICCI!!!

Ci sono tutti.

Cazzeggio. Pranzo. Cazzeggio. Gazzetta dello Sport. Il Toro ha pareggiato, merda!

Silenzio: il filmato.

LIMONEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE

Cazzeggio. Che tempo di merda. Freddo.

Cibarie!! Cena. Stretti Stretti. Attesa.

C'è Ricky (Grazie Ricky!)

Concertino. Wow!!! Elettrico. Acustico.

Grande Ricky!!! (Grazie Ricky!)

L'atmosfera si surriscalda. Attesa. Il Grande Momento.

Ma io ho un gran mal di testa.

Strumenti Accordati. Chitarra Inaccordabile. E' una questione di scelte.

Eccoci. Di nuovo. il grande Momento. Tutti assieme. davvero. Si Canta.

Ma io ho un gran mal di testa.

Miss Sarajevo.

Ho mal di testa. Un gran mal di testa.

L'acuto più bello della mia vita.

Il canto del Cigno.

Ho mal di testa. Un gran mal di testa.

Il momento tanto atteso diventa un incubo.

Ho mal di testa. Un gran mal di testa.

Vaffanculo. Vaffanculo mal di testa! Buio. Buio Pesto.

Mattina

Incominciano le partenze. Abbracci. Tristi, però.

Stanza Comune? Aperta!!!

C'è Ricky (Grazie Ricky!)

Canti Sommessi. Litania delle Ore. Sonno residuo.

Ultime Energie.

Molto, ma MOOOOLTO di più!

Cibarie!! Pranzo. La supermacchina del caffè defunge. Poi risorge.

C'è Ricky (Grazie Ricky!)

C'è la chgiave? Non c'è la chiave. Chi ha la chiave?

Numero 6? Sì, la chiave Numero 6. No: ce l'ha Numero 6!

C'è Ancora, Sempre, Stremato, Ricky (Grazie Ricky!)

Si parte. Sommessi.

Si torna. Commossi.

Era il decimo radu, e non abbiamo neanche festeggiato.

Ma forse non era un radu, era un incontro fra amici.

(02/01/06): Inchiostro e Vinile

Ieri, da casa dei miei, ho finito di recuperare tutta la mia biblioteca rock.

(almeno quella fatta di libri... per le riviste vedremo poi).

Dalla enciclopedia del rock agli svariati libri sugli U2, dai testi su Guccini a "Inchiostro e Vinile", un libro fondamentale, almeno per me, almeno per la mia mai inaridita vena nostalgica, quella che si ciba delle sfocate immagini e dagli indefiniti suoni che arrivano alla mia mente provenienti dai tempi delle prime radio libere, dei vinili da scartabellare negli scatoloni dei negozi di musica, dall'odore del cartone che emanavano le confezioni degli LP, dalla poesia delle cassettine registrate ascoltando la classifica dei migliori dischi rock dell'anno che ogni 24 dicembre veniva irrdiata da Mondoradio.

E' proprio della parabola della storica Mondoradio che parla Inchistro e Vinile, scritto da uno degli storici DJ di quella emittente sobria, minimalista, emiliana e rock.

Volevo scrivere tante cose, poi mi sono accorto che in questo blog c'è chi ha scritto esattamente quello che volevo esprimere io, meglio di come l'avrei potuto fare io.

Onore al merito.

Mondoradio era una emittente molto amata. Anche dopo più di dieci anni di ascolto, nessuno di noi, credo, riesce ad amare K-Rock come amava Mondoradio.
C'erano le infinite classifiche di fine anno, la rubrica di viaggi indipendenti, l'ascolto totale ogni settimana di un album nuovo e di un classico, la folle pubblicità dell'Albert Hall in dialetto reggiano, le notti al Ritz di Novellara.
Non so se Inchiostro e vinile è ancora nelle librerie. L'editore è un'altra leggenda dei nostri centri storici, la Libreria del Teatro, volumi impilati su volumi, vetrinetta per autori locali, il vernacoliere appeso alla porta. Magari potreste leggerlo, se vi capita, Inchiostro e vinile.
E' triste e molto bello.
E certe cose non le ho più sentite allo stesso modo, dopo. Per esempio, ora ogni volta che piove in un sabato estivo mi preoccupo per le radio indipendenti che gestiscono la serata in discoteca, e perderanno gran parte dell'incasso previsto, scruto il cielo e spero che smetta in tempo, che piova magari di lunedì. Oppure, vedo me stessa ascoltatrice dagli studi, dal vinile, una lucina rossa di connessione sulla mia radio a pile. Penso al lunedì sera, quando c'era Night Train con Vincent Corsentino, penso che mentre Vincent Corsentino mi teneva compagnia, nella stanza accanto gli altri discutevano della fine della radio. E mi stupisco di riconoscermi in qualche modo nella scena, raccontata sulle pagine.
E magari dovreste leggere Un week end postmoderno, rileggerlo, tra l'altro parla anche di Mondoradio.
Perchè è chiaro, c'era Tondelli, e di Tondelli si portavano in giro i libri, si abbandonavano sulla macchina anche per mesi, dopo averli letti, ed era un segno che si amavano, quei libri, che non si riusciva a vederli in ordine sullo scaffale.